Letargo

Luglio 3, 2008

Solo per dire che quando passerà questa crisi creativa tornerò il solito e meraviglioso grafomane dei tempi d’oro. Sto lavorando ad una serie di racconti. Per ora non ne ho finito nemmeno uno, ma è un inizio incoraggiante. Altro che Arturo Bandini. Del resto, io mi ascolto i Raspberries.

Dalla panchina - 1

Marzo 10, 2008

C’era una volta un ragazzo che seguiva il calcio in televisione. Le squadre avevano già lo sponsor, ma era solo uno. Il pallone aveva ancora le vecchie toppe nere e ogni nazione aveva un’identità sportiva talmente forte da tramutarla in un gioco caratteristico. Quel gioco diventava il segno caratteristico, il modo in cui una tradizione calcistica si presentava al mondo. Erano conflitti ideologici oltre che conflitti sportivi. C’erano le squadre italiane, padrone del gioco a doppio chiavistello, il catenaccio. C’erano le inglesi, che vincevano le coppe europee giocando con il sempreverde “palla lunga e pedalare”. C’erano le rocciose roccaforti teutoniche, dove i centrocampisti avevano ferri da stiro al posto dei piedi ma ti facevano passare 90 minuti terribili. C’erano i brasiliani che ballavano col pallone e gli argentini che se non stavi attento di accoltellavano. C’erano poi gli olandesi, che erano degli esteti e per primi si erano inventati il calcio totale, le armonie di un gioco che se la giocava sempre e comunque e intendeva la squadre come un unicuum dal fascino indescrivibile. Quel ragazzo guardava le partite e notava la difficoltà del conflitto. Ogni volta che le squadre italiane affrontavano le squadre europee era come uno scontro tra due culture e parlarne aveva davvero un senso. La grande tradizione delle squadre jugoslave, delle squadre russe. Avversari temibili che il tempo e i soldi hanno fatto scivolare nel fiume nero della globalizzazione che, dopo l’economia, ha rovinato anche il gioco più bello del mondo. Da quando il calcio è diventato più la rappresentazione del calcio, questo immondo spettacolo televisivo che ingrassa due o tre squadre per nazione, le culture sportive nazionali sono andate a farsi benedire. E’ stato un lento e graduale processo che ha portato tutte le squadre allo stesso punto. Ora tutte giocano allo stesso modo, perché non esiste più nessuna identità. Il Liverpool ha un allenatore spagnolo che fa passare il gioco da connazionali (tranne Gerrard, che rimane il più anarchico ed inglese dei suoi). L’Arsenal non fa un passaggio lungo dal 1989. Il Milan ha da tempo rigettato il catenaccio per portare l’innovazione con Sacchi e gli olandesi (ma il primo, e noi lo sappiamo, è stato un certo Gigi Radice negli anni ‘70). L’Inter non ha un italiano nella formazione titolare mentre Real Madrid e Barcelona seguono le loro strategie di duopolio spagnolo affidandosi ad allenatori e campioni stranieri (le ultime bandiere dei blancos sono Hierro e Raul, i catalani invece sono sempre stati affascinati dai campioni stranieri). Il ragazzo che un tempo vedeva Inter-Liverpool come la sfida tra il catenaccio e la palla lunga, o Milan-Stella Rossa come la dimostrazione che Baresi, Tassotti e Maldini potevano fermare il gioco duro e fantasiosi di gente che non aveva niente da perdere, o che ancora intendeva Ajax-Torino come uno scontro di culture prima che uno scontro di pallone (… e lì ne fece le spese il povero Martin Vasquez, uno che giocava sempre di prima e che Mondonico probabilmente intendeva come un alieno o qualcuno che probabilmente era diventato matto di colpo) ora non sa cosa pensare. E’ un bene? E’ un male? Ormai è tutto lo stesso calderone e giocare in Europa è sempre bello, ma ha perso quel fascino speciale, quella sensazione di evento che poteva avere un’occasione di confronto con un’altra nazione, un’altra cultura, un altro stile di vite. Le squadre, poi, sono sempre più dei vettori per altri interessi e gli atleti si ricordano di esserlo solo nel momento del bisogno (il loro). Forse non si sta sempre meglio quando si sta peggio, forse è davvero inutile rimpiangere il passato, soprattutto quando i ricordi sono vaghi: ormai è così e non si può tornare indietro. Resta la nostalgia e i filmati su you tube. Un grandissimo luogo della memoria. Globale. Come sempre. Perché tutti ormai vedono i filmati alla stessa maniera.

«Parliamo di musica?»

Febbraio 29, 2008

Ci pensavo l’altro giorno, non ho mai scritto un racconto a carattere musicale. Eppure credo sia quello che le persone che mi conoscono si aspettano da me. L’unica cosa che si è un po’ avvicinata a questo è stata quella parte di Graham in cui narravo le vicende della fantomatica band, che altro non era che la mia band di quando avevo sedici anni. Ma questo ormai lo sanno anche i sassi. Leggendo Lethem mi sono tornate in mente le sensazioni positive che provavo quando fantasticavo in maniera romanzata sulle rock’n'roll band. O di tutti i giorni in cui mi sveglio particolarmente preso per la mia vera band e sogno di diventare una rockstar dimenticandomi che in Italia le rockstar non esistono e che io sono sociopatico, quindi non potrei fare la rockstar a tempo pieno. Ecco. Però mi piace pensare alla vita delle band ed inventarmi tutto quello che si può inventare. Anche solo per crearmi un mondo da invidiare. Non è vero che scrivere di musica è una stronzata. Bisogna saperlo fare, bisogna non esagerare, come in ogni cosa. Diciamo che ora ho abbastanza tempo da perdere per pensare a qualcosa del genere. Non sarà certo l’argomento del mio prossimo libro. O meglio, non lo sarà al 100%, ma mi sembra giusto sottolineare l’importanza che la musica pop ha nella mia vita. Non ne uscirà certo Alta Fedeltà, magari non uscirà assolutamente niente. Ma da qualche parte sta tornando la voglia di tornare in pista con la parola scritta. Raramente mi sono sentito così a mio agio con me stesso come quando sono preso dal raptus dello scrittore. Devo farlo per me? Devo farlo per voi? Devo farlo e basta. Poi se piace, piace. It’s only rock’n'roll but I like it. E tra l’altro il nuovo disco di Bob Mould non è affatto male.

Alex Chilton può tutto

Febbraio 21, 2008

Nel mio percorso di riscoperta della letteratura, un percorso cominciato con la fine dell’università (almeno i primi tre anni), ho avuto il mio primo incontro con uno dei nomi di punta della cosiddetta nuova letteratura americana: Jonathan Lethem. L’idea di partenza è che questi scrittori, in un modo o nell’altro, mi piacciono tutti. So che i maligni pensano che siano tutti interscambiabili, che sono tutti autori dello stesso libro ma con protagonisti col nome differente. Ma è una malignità, appunto. Che ci può stare, certo, ma fino ad un certo punto. Se è vero che esiste uno stile “americano”, è anche vero che quelli bravi sanno districarsi alla perfezione per guadagnarsi una fetta di personalità che possa far emergere appieno quello che possiamo effettivamente chiamare talento. Tipo Dave Eggers, ma questa è un’altra storia. 

 

Non mi ami ancora (Saggiatore) è potenzialmente il mio libro preferito. C’è una rock band e il compositore di questa rock band adora Alex Chilton e i Big Star. Questo basterebbe per rendere il tutto perfetto. Del resto, da qualche anno a questa parte ho deciso di frequentare solo persone che conoscono i Big Star (… il che spiega molte cose). Ma non basta una buona intuizione per fare un gran libro. O meglio, non sempre. Certo, conoscessi l’opera omnia di Lethem potrei parlare con più cognizione, ma certo empirismo può bastare per quello che, in fin dei conti, è un cazzo di blog. Allora, c’è questa Lucinda, una gatta morta della peggior specie che si è fatta tutti i personaggi maschili del romanzo. E’ fastidiosa, presuntuosa, vuole sempre avere ragione e non ha nemmeno l’arma di argomentazioni forti a suo favore che non siano l’isterismo e il sesso. Non so come mai, ma leggendo mi sono immaginato Michela Quattrociocche che, smessi i panni di cretina mocciana, diventa una cretina indie-rock con la stessa dose di presunzione americanoide. Ma non è tutto qui, ci stanno i personaggi fastidiosi ed io ne so qualcosa (come ne sanno tutti quelli che hanno letto il mio primo romanzo). Lo stile di Lethem si distacca sensibilmente da quello della tipica narrazione americana. Quella secca, quella che ti prende a pugni. Quella che se usa parole più lunghe di tre sillabe sta male. Lethem è acquoso, appiccicaticcio e voluttuoso, dipinge i suoi personaggi con una sensibilità perversa e le sue descrizioni camminano sul filo del rasoio tra voyeurismo e naturalismo. Non si risparmia pindariche baroccoidi ben celate in un meccanismo in ogni caso affascinante ai limiti del furbetto. Però qualcosa di buono c’è. Si legge con piacere, con vero piacere. Il ritmo è giusto, nonostante ci metta un po’ a decollare. Parte da un background culturale giusto, rock’n'roll, di quelli che vanno comunque supportati. Ed è anche vero che i trentenni americani sono paranoici come quelli italiani, ma almeno quelli americani sanno tirarci fuori qualcosa di davvero interessante. Forse siamo esterofili, forse ci siamo rotti le palle del vittimismo e del patetismo. Forse no, Lethem, di fatto io non ti amo ancora, ma qualcosa è rimasto. E potrei anche consigliarti in giro. Infondo Bedwin ha una maglietta dei Big Star.

ma chi ci guadagna?

Gennaio 16, 2008

Come tutti gli studenti di cinema, anche io ho letto Il cinema secondo Hitchcock. Il libro-intervista di François Truffaut al maestro inglese da sempre considerato una sacra scrittura della saggistica cinematografica. Sono d’accordo, è un libro storicamente importante e migliaia di studenti più o meno pretenziosi si sono fatti le ossa sulle tesi del regista di North By Northwest. Ora… la mia edizione è quella economica della Net. E’ costata 9.90 € e vissero tutti felici e contenti. Oggi, però, mentre camminavo tra gli algidi corridoi della Fnac di Torino, mi è caduto l’occhio su questa: 

  

« Una nuova edizione » penso. Non ho nulla contro le ristampa. Ma il libro è molto più grosso e voluminoso. Presumo abbia un aspetto grafico decisamente più accattivante, magari con foto davvero belle e carta che profuma e non ti lascia l’odore di petrolio sulla dita. L’editore è il Saggiatore - sempre sia lodato, sia per la Isbn che per molti altri libri - ed è sinonimo di qualità. L’unico problema, si sa, è che in Italia i libri li comprano i soliti noti e quindi un libro del genere non può essere venduto ad un prezzo accesibile. Del resto, mi stupirei del contrario visto che i libri dello stesso editore su Miles Davis, John Coltrane e la Impulse Records non te li porti a casa per meno di 35.00 €. Lo stesso prezzo di questa nuova edizione del Cinema secondo Hitchcock. L’unica mia domanda è, appunto, “chi ci guadagna?” Non voglio dire che sia uno sbaglio, ma questo libro verrà comprato dai professori del DAMS - magari nemmeno, visto che glielo regaleranno - e sarà preso solo come regalo di Natale per quelli che “guardano i film”. Il gioco vale davvero la candela? Sarà sicuramente una goduria, questa edizione. Ma una goduria per quanti? Chi ci gode? E chi ci guadagna?

 

Il mio nome è…

Gennaio 9, 2008

Negli ultimi tempi mi è venuta una voglia particolarmente insana di rivedermi Casino Royale, l’ultimo film della saga di James Bond. Sono sempre stato un fan della serie. Nel periodo tra elementari e medie Bond era il mio idolo e non passava giornata senza mettere su qualche videocassetta comprata in edicola o registrata dalle messe in onda del venerdì sera su Rai Tre. Mi ricordo che avevano mandato in tv i film con Roger Moore e, come tutti noi intellettuali ben sappiamo, il primo approccio è un imprinting fondamentale. Infatti, per molto tempo, Roger Moore era il mio 007, con buona pace di Sean Connery. Probabilmente avevo torto ed era solo l’esaltazione pre-adolscenziale. Al liceo le cose cambiano. Maturi altri interessi e il fatto che il nuovo Bond fosse non invertiva la tendenza del preoccupante calo d’interesse che il sottoscritto nutriva per James Bond. C’era l’indie-rock e il cinema francese. Le sciarpe e le pose. La lotta “intellettuale” al liceo e tutte altre belle menate che un giorno, forse, vi racconterò. Non era tempo per Bond. Fino a quando…

Fino a quando i produttori cinematografici non hanno deciso di consegnare la Walter P38 più famosa d’Inghilterra al semisconosciuto Daniel Craig (lo conoscevo per la convincente interpretazione del violento e vendicativo agente segreto in Munich di Steven Spielberg). Apriti cielo! Anche io ero scettico per un Bond biondo, con la faccia segnata così lontana dalla perfezione e dal distacco cui la spia ci aveva, da sempre, abituato. Però…

Casino Royale è perfetto. E’ un film d’azione grandioso. Una di quelle opere che ti fa uscire dalla sala con un senso d’appagamento e soddisfazione talmente alto che vorresti rientrare subito e vederlo ancora e ancora. Perché va bene studiare il cinema e perdere le giornate ad analizzare i fotogrammi di Metropolis — e l’ho fatto. Un’esperienza formativa — ma quando un film d’azione, di semplice, pura, sacrosanta e cafona “azione”, è così ben strutturato, così ben orchestrato e recitato con tale convinzione… beh, è un altro paio di maniche. Daniel Craig funziona. Funziona a meraviglia. Come nessun altro, forse. E’ così perfettamente fuori dagli stereotipi. Così “macho” senza scadere nel cliche dell’hombre latino o nella ieratica mascolinità che da sempre contraddistingue la serie (Bond è notoriamente l’uomo che non deve chiedere mai, e anche questo film non fa eccezione ‘che di parentesi maschiliste ce ne sono at iosa, ma è tutto — come dire? — meglio). E’ il perfetto James Bond del terzo millennio. Un personaggio che sentiva il bisogno di uscire da dei canoni precostituiti e imposti con dogmatica severità. Un ruolo che ha sempre avuto a che fare con l’ingombrante passato-ombra di Sean Connery e che qui se ne distacca completamente e, forse, definitivamente. Poi potremmo fare un sacco di puntualizzazioni sulle (poche) cose che non vanno nel film o quanto, effettivamente, Daniel Craig sia un Bond “infedele” alla religione di Bond. Anzi, permettetemi di affrontare brevemente quest’ultima questione: è proprio questo il suo punto di forza. Ripeto: l’immagine e l’immaginario dovevano essere svecchiati. Addirittura quasi de-Bondizzati…

ma alla fine si sta parlando di cinema d’azione! Ecco. Il film ti incolla sullo schermo sin dalle prime battute e quando arriva la scena del mirino sei talmente estasiato dall’epico crescendo della melodia registica che perdoni il fatto di aver omesso la sequenza d’apertura (il mirino, per l’appunto) e dimentichi anche che stai ascoltando una orrenda canzone di Chris Cornell. Ecco. Solo per dire che gli ultimi film (d’azione) che mi avevano fatto uscire dalla sala con una voglia indescrivibile di azione, adrenalina e voglia di rivederli sono stati Collateral (Michael Mann, mica uno stronzo) e Mission: Impossible II (, John Woo e tanto basta)… Casino Royale si piazza in scia e sta preparando il sorpasso. In attesa di altre novità. O, meglio, del nuovo film di James Bond.

Spirito natalizio

Dicembre 25, 2007

A Natale siamo tutti più buoni. Così recita l’antico carosello che ci ricorda come tutti i buoni propositi debbano essere realizzati proprio ora, nel giorno in cui le persone danno l’addio ufficiale a tutti i propositi di dieta. A Natale siamo tutti buono perché si vedono i parenti. Perché si vedono gli amici. Perché ci si scambiano i regali. A me sono sempre piaciuti i regali. E mi sono anche sempre piaciuti i regali di Natale. Ma non tanto perché a Natale siamo tutti buoni. Quello succede indipendentemente dai regali, perché la città si riempie di lucine, le allegre signore pensionate che ormai non hanno più un cazzo da fare se ne stanno alla Fnac o alla Feltrinelli a fare pacchettini invogliandoti ad elargire mance per varie cause umanitarie. Perché a Natale siamo tutti più buoni. Da quando i miei genitori si sono sperati, non ho più festeggiato il Natale. Non perché avessimo smesso di essere buoni, ma perché da quel giorno ero diventato grande. Ero diventato grande non c’era più spazio per l’albero con le palline e le luci colorate. Io e mia mamma avevamo cominciato un processo di distacco da quello che si intendeva per Natale nella società contemporanea. Ma non volevamo togliere agli altri la gioia di queste feste. Del resto, anche noi a Natale eravamo più buoni. Ultimamente però ho ripreso ad apprezzare alcune cose, di questa festività. La neve, ad esempio. Io la adoro. Il fatto che a Torino non nevichi praticamente mai è un aspetto decisamente secondario. I film. Per quanto recentemente abbia perso diversi giorni a trattare l’Espressionismo Tedesco, il cinema muto e determinate teorie sulle nuove tendenze del cinema contemporaneo, resto un sentimentalone appassionato di stupide commediole senz’arte nè parte se non quella di farti restare sul divano a fare: “oooh”, manco si trattasse effettivamente della tua vita. Ma che importa! A Natale siamo tutti più buon e la tivù trasmette Miracolo sulla 34esima strada, The Blues Brothers, I Muppets venuti dallo spazio e Una poltrona per due e allora giù con caterve di buoni sentimenti (e ovviamente il sottoscritto se li è visti tutti, di gusto anche!) e i propositi per l’anno nuovo che smetteranno di essere seguiti più o meno attorno al primo giorno di lavoro. Ma è bello crederci. E’ bello illudersi. A Natale siamo tutti più buoni e anche il cibo diventa più buono: del resto, quando spendi 30-40-50 euro per una cena cotta col culo in un ristorante che non può darti l’attenzione che il tuo palato si meriterebbe (per lo meno sulla carta), deve essere sicuramente buonissimo. Del resto, mica puoi fare una piazzata sdegnata a Natale. Se no che bontà è? Un po’ come tutte quelle persone che domani torneranno al lavoro e continueranno a cantare canzoncine mentre staranno firmando l’ennesimo pignoramento, l’ennesima ipoteca, l’ennesimo avviso di ritiro, l’ennesima multa, l’ennesimo mandato d’arresto, l’ennesimo prestito a tasso agevolato, l’ennesimo strozzo legalizzato, l’ennesima truffa ai danni del poverocristo che ha dovuto fare i salti mortali per comprare quattro regali del cazzo e ora ha l’acqua alla gola, l’ennesimo ordine sbagliato che provocherà casini interplanetari. Ma con una buona parole di speranza per tutti, anche se nessuno ci crede. Del resto è Natale. E’ fanno bene i telegiornalisti a far vedere quella foto del bambino che zompetta nella neve a Kabul. E’ Natale anche lì. Ci credete? E anche i militari festeggiano il Natale. Girano come sempre e fanno quello che hanno sempre fatto. Non si fanno certo problemi a sparare perché è Natale. No. Ma almeno sorridono. Del resto, anche loro a Natale sono più buoni.

regola #1 - tiratela

Dicembre 17, 2007

La voglia di scrivere torna così come se n’era andata. In un colpo. Non puoi controllarla. Di fatto, penso si tratti di qualcosa di irrazionale. E’ una questione di ingenuità. Di stimoli. Di ambiente. Insomma, scrivi quello che sei e quando quello che sei è un mucchio sconquassato di cazzi amari non c’è molto di cui sfogarsi sulla pagina bianca. O meglio, c’è ma non riesce ad uscire. Bisogna aspettare di vedere la luce fuori dal tunnel. Conosco molta gente che scrive, ma per loro è più una cosa meccanica. E’ una questione di dovere più che di piacere. O di necessità. Ora, non voglio dire che per il sottoscritto sia una questione di vita o di morte. Non sono mosso da quei grandi ardori romantici dello scrittore che butta sulla pagina l’impeto della sua esistenza. O almeno credo. A sedici anni mi piaceva un sacco questa immagine. E a ventuno continua ad evere tutto il suo fascino, ora che ci penso. Ai tempi ero perso per Byron, Foscolo e Percibisshelley. Grandi uomini. Grandi poeti. Grandi fonti di ispirazione ideale visto che lo stile - vividdio - mi sembra un attimo più contemporaneo. Era comunque un’immagine piena di suggestioni. Come in quel quadro, “Ritratto dell’artista nella sua soffitta”… o qualcosa del genere. E’ stata quella l’immagine che mi ha messo in testa l’idea di andare a vivere in una soffitta. Fondamentalmente.

Ora. Appurato che non andrò mai a vivere in una soffitta, o per lo meno in un monolocale mansardato da solo e con i miasmi della mia idilliaca cucina per tutti i quindici metri quadri, ma devo anche ammettere che la casa di Linguini in Ratatouille, voglio dire quella casa soffitta con vista mozzafiato su Parigi e non la reggia neoclassica in cui si trasferisce quando scopre di essere l’erede dei beni di Gusteau, insomma, anche se tutto ciò ha ancora un determinato ascendente sul sottoscritto e mi piacerebbe molto mollare tutto, intascare un assegno per degli inesistenti diritti d’autore e andare in una soffitta minuscola con vista sul fiume, ma non credo capiterà mai… Dove eravamo rimasti? Ah sì, lo scrivere. Si può, ovviamente, scrivere anche se non si abita in una soffitta. Per esempio, ora come ora sto scrivendo con il portatile sul letto mentre sto giocando a Football Manager 2008 - carriera con il Pavia, onoro la mia residenza onoraria - dopo aver visto una grande partita del mio Toro, aver mangiato hamburger in una steak house in un centro commerciale dove mi sono immerso in una grandissima atmosfera natalizia con bimbi che giuocavano felici wherever e aver completato le note bibliografiche della mia stupefacente et meravillosa tesi di laurea triennal al DAMS di Torino. Non è proprio quello che immaginate da un romanziere.

Ebbene dovete sapere che non tutti i romanzieri sono come l’Alan Blair di Jonathan Ames o come i Bandini fantiani. Ci sono anche dei fantastici cazzoni. Come il sottoscritto. Il sottoscritto ha praticamente perso il 2007. Si è perso scrivendo canzoni per la sua band. Scrivendo stupidi articoli. Studiando un sacco e male per finire i tre anni che i suoi genitori hanno abbondantemente pagato tipo: “Ora facci vedere che non abbiamo sprecato vent’anni di foraggio” e correndo dietro ad un pallone facendo vedere a tutti che il mancino dei giorni migliori sapeva ancora disegnare parabole che nemmeno l’alessandorosina è in grado di disegnare in quei due giorni all’anno (durante una pausa del campionato) in cui è in forma. Mi ero perso per strada e per un bel po’ di tempo non ci ho nemmeno più pensato. Però, ehi, mi è balenato di colpo questo pensiero. Cioè. Io, di fatto, sono uno scrittore. E ho anche un cazzo di romanzo che aspetta di essere pubblicato. O meglio, aspetta un editore abbastanza flippato da credere che io sia il nuovo Eggers. Cosa che effettivamente sono. Anzi. Sono più bello e ben vestito. E, vi dirò di più. Datemi il tempo di comprare i regali di Natale e tornerò. Oooh se tornerò. Perché mi sono ricordato che da qualche parte dovrei ancora avere le idee buone e la voglia giusta per scrivere un terzo romanzo. Forse a furia di tentativi la Gloria si accorgerà di me e mi tributerà la mia giusta parte. Perché insomma, qui ci siamo anche un po’ rotti i coglioni di aspettare e se ci pensate, Torino non ha uno scrittore nuovo dai tempi di Culicchia. Che ormai però ha i capelli bianchi.

«Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo neroazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.» - Edvard Munch

Cinque anni fa scrissi un romanzo. Il mio primo romanzo. Era la storia di un ragazzo dell’alta borghesia che rifiutava tutti i credo e tutti i valori della società in cui, nolente, era obbligato a vivere. Non era una grande storia. La classica manfrina sotto forma di sfogo da diario. Volevo far sapere a tutti che non ero così, che nella mia vita c’era altro. Altri interessi. Altri gusti. Altro tutto. Rileggendolo ora, mi sembra tutto così stereotipato. Avevo il classico atteggiamento di tutti quelli che, arrivati ad una certa età, rifiutano i diktat e cercano altri modelli di comportamento. Oggi, però, per la prima volta dal 2002 mi sono ricordato quello che mi aveva spinto a sfogarmi così tanto contro la mia città, la sua popolazione e i suoi sciocchi riti tribali.

Sono andato in centro a fare un paio di commissioni. Lo so benissimo che non bisogna andare in via Roma il sabato pomeriggio, ma in queste settimane ho troppa paura degli ultimi esami universitari per muovermi. Sfruttando la fine dello studio — ma niente paura! Ora mi metto subito a ripassare… — sono andato a recuperare un po’ di materiale per la tesi e non pensavo che l’impatto con la folla, ora che ormai mi considero scafato e ben consapevole di questi fenomeni, potesse essere tanto traumatico. Ho avuto la conferma, ancora una volta, di soffrire terribilmente la fiumana. Mi ritrovo sempre controcorrente e mi sento quasi invisibile perché la sua camminata è arrogante, scomposta, prevaricatrice. Anche quando vuoi fermarti ti senti il suo peso opprimente e non riesci a stare sereno. Perché tutti devono fare. Devono toccare. Devono guardare. E se ne fregano se ci sei tu. Ti salgono addosso perché non bisogna fermarsi mai. Davanti a niente e nessuno.

Non sono nuovo ad attacchi di panico in situazioni del genere ed oggi ci sono andato vicino. Le mie mani hanno cominciato a tremare e la testa ha iniziato a girare. Mi sentivo come disorientato e cercavo di deambulare fuori dalle traiettorie per respirare un po’ ma c’era un frastuono insopportabile. Posso ascoltare musica a volumi altissimi e non avere problemi, ma un solo clacson, un solo motorino, un solo vociare ad alta voce può scompensarmi e togliermi i punti di riferimento.

Ma non è finita. Perché a parte questa sensazione di panico misto ad impotenza, va aggiunta la sensazione di schifo e nausea data dall’acuta osservazione della fauna metropolitana. Non mi ricordavo che la gente fosse così brutta. Ma brutta forte. In tutto. Nei modi. Nei vestiti. Nel porsi. Pura e totale pornografia. Ho sembra lottato contro l’omologazione e continuo sempre a credere nell’uomo inteso come forza-motore del mondo. Ma certe volte è veramente difficile andare avanti circondato da questa gente. Una fila di bottigliette di Coca-Cola. La Pop Art è uscita dal quadro ed è diventata l’orribile vita di tutti i giorni. E non voglio nemmeno dare colpa alla televisione, alla politica, al qualunquismo. O meglio, sono stufo di dare la colpa sempre alle solite cose. Bisogna abbattere i totem. Ma è una lotta persa. Sono troppo impegnato a risolvere la mia vita per fare il Quijote. Cerco solo un po’ di silenzio.

Alienazione

Ottobre 16, 2007

A Torino, come in tutte le altre città medio-grandi del mondo, la nuova dimensione del cinema è la multisala. Avevano iniziato con i cinema con due sale. E già sembrava la rivoluzione. Poi sono arrivati quelli a quattro sala. Apriti cielo. Poi hanno chiuso tutti i cinema enormi e li hanno trasformati in multisale. Cinque. Sei. Sette. UNDICI sale. Ecco. A Torino e cintura non ho mai visto più di undici sale. Nessun problema, uno si fa l’abitudine. Ce ne sono talmente tante che non si corre il rischio di congestioni. Poi, ovvio, se uno va agli spettacoli di punta non può lamentarsi della troppa gente. Della troppa brutta gente quando vuoi sorbirti il tuo film chic, alternativo, impegnato.

Capita però di andare fuori città, di passare del tempo in un’altra regione con abitudini totalmente differenti e altri ritmi. Vuoi provare la multisala dove non sei mai andato così da evitare determinate cose tipo: entrare in città, cercare parcheggio, sederti in sedili scomodi. Insomma, se c’è una cosa positiva delle multisale, sono i comfort. Ecco però i primi inghippi. Questa monstre-multisala è sì fuori città, ma è anche punto di ritrovo per la peggio gente e il sabato sera ci sono TUTTI. Tutti. Quindi arriviamo e dobbiamo cercare parcheggio. Lo troviamo lontano e cominciano ad innvervosirci. Poi entriamo al cinema che altro non è che un capannone nero enorme dove non c’è nessun segno di umanità. Solo metallo metallo metallo. Ansia. Pago con il bancomat e non me lo prendono. Vado a prendere un bibita e non mi prendono il bancomat nemmeno lì. Intanto la gente comincia a pressare, ad affollare, a consumare e consumarmi ossigeno. Voglia di ecatombe e genocidio. Alienazione. Tutto questo per vedere un film. E poi, la chicca. Nelle multisale non sono mai in ritardo. Qui invece, un film segnato per le 22.30 inizia alle 23 e qualcosa e ovviamente ci hanno messo in terza fila. Torcicollo pazzesco che ci fa dimenticare i sedili larghi. E poi, come se non bastasse, in tutto questo nervosismo, proprio mentre il climax della pellicola sta arrivando nel suo punto focale. Fine primo tempo.

Non andate, per messun motivo, qui