Alex Chilton può tutto

Febbraio 21, 2008

Nel mio percorso di riscoperta della letteratura, un percorso cominciato con la fine dell’università (almeno i primi tre anni), ho avuto il mio primo incontro con uno dei nomi di punta della cosiddetta nuova letteratura americana: Jonathan Lethem. L’idea di partenza è che questi scrittori, in un modo o nell’altro, mi piacciono tutti. So che i maligni pensano che siano tutti interscambiabili, che sono tutti autori dello stesso libro ma con protagonisti col nome differente. Ma è una malignità, appunto. Che ci può stare, certo, ma fino ad un certo punto. Se è vero che esiste uno stile “americano”, è anche vero che quelli bravi sanno districarsi alla perfezione per guadagnarsi una fetta di personalità che possa far emergere appieno quello che possiamo effettivamente chiamare talento. Tipo Dave Eggers, ma questa è un’altra storia. 

 

Non mi ami ancora (Saggiatore) è potenzialmente il mio libro preferito. C’è una rock band e il compositore di questa rock band adora Alex Chilton e i Big Star. Questo basterebbe per rendere il tutto perfetto. Del resto, da qualche anno a questa parte ho deciso di frequentare solo persone che conoscono i Big Star (… il che spiega molte cose). Ma non basta una buona intuizione per fare un gran libro. O meglio, non sempre. Certo, conoscessi l’opera omnia di Lethem potrei parlare con più cognizione, ma certo empirismo può bastare per quello che, in fin dei conti, è un cazzo di blog. Allora, c’è questa Lucinda, una gatta morta della peggior specie che si è fatta tutti i personaggi maschili del romanzo. E’ fastidiosa, presuntuosa, vuole sempre avere ragione e non ha nemmeno l’arma di argomentazioni forti a suo favore che non siano l’isterismo e il sesso. Non so come mai, ma leggendo mi sono immaginato Michela Quattrociocche che, smessi i panni di cretina mocciana, diventa una cretina indie-rock con la stessa dose di presunzione americanoide. Ma non è tutto qui, ci stanno i personaggi fastidiosi ed io ne so qualcosa (come ne sanno tutti quelli che hanno letto il mio primo romanzo). Lo stile di Lethem si distacca sensibilmente da quello della tipica narrazione americana. Quella secca, quella che ti prende a pugni. Quella che se usa parole più lunghe di tre sillabe sta male. Lethem è acquoso, appiccicaticcio e voluttuoso, dipinge i suoi personaggi con una sensibilità perversa e le sue descrizioni camminano sul filo del rasoio tra voyeurismo e naturalismo. Non si risparmia pindariche baroccoidi ben celate in un meccanismo in ogni caso affascinante ai limiti del furbetto. Però qualcosa di buono c’è. Si legge con piacere, con vero piacere. Il ritmo è giusto, nonostante ci metta un po’ a decollare. Parte da un background culturale giusto, rock’n'roll, di quelli che vanno comunque supportati. Ed è anche vero che i trentenni americani sono paranoici come quelli italiani, ma almeno quelli americani sanno tirarci fuori qualcosa di davvero interessante. Forse siamo esterofili, forse ci siamo rotti le palle del vittimismo e del patetismo. Forse no, Lethem, di fatto io non ti amo ancora, ma qualcosa è rimasto. E potrei anche consigliarti in giro. Infondo Bedwin ha una maglietta dei Big Star.

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